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RIFLESSIONE. Riconosciamo ai bambini il diritto di NON essere campioni

Non è detto, insomma, che pressare un figlio per farlo diventare un “campione” (che probabilmente non diventerà mai o, almeno, non nella maniera che pensavate), sia la strada giusta da percorrere. Anzi.
Lo dice bene la psicoterapeuta Maura Manca che dalle pagine del suo blog dedicato all’adolescenza lancia un monito: “il figlio non deve fare obbligatoriamente lo sport che decide il genitore, non deve corrispondere per forza alle aspettative genitoriali solo perché lui ha deciso che è portato per quel tipo di attività fisica e che deve realizzarsi in quell’ambito”.

Cos’è fondamentale allora? Il diritto a non essere campioni! Il diritto di bimbi e adolescenti anche a non farlo uno sport e a scegliere altro, oppure a scegliere di prenderlo solo come un gioco, due ore di solo svago e di puro divertimento.

Mi capita spesso di vedere genitori sugli spalti urlare come dei disperati cercando di incitare il figlio a fare meglio, genitori mai soddisfatti delle sue prestazioni perché poteva fare o impegnarsi di più. I piccoli tante volte mi raccontano di sentirsi soffocati dalla presenza del papà o della mamma agli allenamenti, mi dicono di non sentirsi liberi di esprimersi, di giocare, di ridere, di divertirsi tra un esercizio e l’altro, perché i genitori la vedono come una mancanza di serietà e di concentrazione”, racconta la Manca.

E, dite la verità, in quanti vi ci rivedete? Tantissimi di noi, probabilmente, vedono in quel palleggio o in quello smash un futuro Nadal, magari convinti che la vita di un atleta sia solo fatta di stipendi spropositati e di fama internazionale. Non è così e in fondo lo sapete che quelli sono solo uno su un milione, in fondo lo sapete che un atleta lavora duro e sodo e che tantissimi sono i sacrifici e le giornate campate ad allenarsi.

Come ci si comporta allora? Diamo ai bambini la possibilità di scegliere di vivere lo sport come divertimento, un momento di integrazione e di scarico psico-fisico e non carichiamoli del peso di una competizione e di aspettative che potranno essere deluse. Spesso sentono l’urgenza emotiva di “non deludere il genitore che è disposto a tutto, pur di far vincere il figlio. Sono bambini che vanno facilmente in drop out sportivo, ossia che abbandonano prima del dovuto lo sport perché carichi o sovraccarichi di troppe responsabilità”, dice la psicoterapeuta.

Fermiamoci un attimo a riflettere e chiediamoci: ne vale davvero la pena?

“[…] Quando il ragazzo seguiva regolarmente gli allenamenti e giocava bene durante le partite del fine settimana, il padre era contento, gli parlava, lo riempiva di regali e gli faceva fare quello che voleva – racconta ancora la dottoressa. Quando invece non era regolare, non lo considerava e si arrabbiava con lui. Al ragazzo questo atteggiamento pesava particolarmente a livello emotivo perché si sentiva considerato solo in funzione del calcio e non amato in quanto figlio. Non sopportava questo peso, perché non si sentiva libero di scegliere e di decidere di vivere uno sport in maniera più leggera. Lui non voleva diventare come Francesco Totti, voleva rimanere se stesso. Questa condizione gli generava una forte pressione e rabbia interna che scaricava con i coetanei attraverso risse, sulla scuola, andando a gravare sul rendimento scolastico e mettendo in atto determinati comportamenti che non facevano bene alla sua salute, come il fumare”.

Lasciamo che i nostri ragazzi crescano fiduciosi e consapevoli delle proprie possibilità. Quello che è fondamentale è che siano bambini felici, non che siano perfetti, soprattutto perché la perfezione non esiste.
Il nostro arduo lavoro? Riconoscere le capacità e le abilità dei nostri piccoli per assecondarle e incoraggiarle in modo da aiutarli a crescere al meglio coltivando le loro vere passioni.

(FONTE www.greenme.it)

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  Scritto da La Redazione il 23/10/2019
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