CALCIO GIOVANILE, tecnica o tattica? Il dibattito che divide
La provocazione di Fabio Capello riaccende un dibattito che nel calcio italiano accompagna da anni tecnici, dirigenti e responsabili dei vivai

"Io licenzierei chi fa fare solo tattica ai bambini". La provocazione di Fabio Capello, rilasciata oggi all'edizione nazionale del Resto del Carlino, riaccende un dibattito che nel calcio italiano accompagna da anni tecnici, dirigenti e responsabili dei settori giovanili.
Secondo l'ex allenatore di Milan, Roma, Juventus e Real Madrid, il calcio italiano avrebbe progressivamente privilegiato schemi e organizzazione tattica a discapito della crescita tecnica individuale. Una scelta che, a suo giudizio, starebbe penalizzando la formazione dei giovani talenti. "Nei settori giovanili si lavora troppo sugli schemi e troppo poco sulla tecnica - ha affermato Capello, sostenendo che i ragazzi dovrebbero trascorrere molto più tempo con il pallone tra i piedi piuttosto che assimilare concetti tattici complessi -. "Forse diranno che sono “all’antica“, la verità è che il calcio italiano si è innamorato troppo della tattica, cercando di copiare modelli come il guardiolismo senza avere sempre i giocatori adatti. Nei settori giovanili si lavora troppo sugli schemi e troppo poco sulla tecnica. E i risultati si vedono. Io licenzierei chi fa fare solo tattica ai bambini".
Un pensiero che trova sponda in molte delle riflessioni espresse negli anni da Arrigo Sacchi. L'ex ct azzurro ha più volte denunciato come nel calcio giovanile italiano si pensi troppo al risultato immediato e troppo poco alla crescita del calciatore. Per Sacchi il problema nasce quando allenatori e società mettono al primo posto la vittoria della partita anziché il miglioramento del singolo giocatore, finendo per limitare creatività e sviluppo tecnico.
Dello stesso avviso sono stati, in tempi diversi, anche numerosi protagonisti del calcio mondiale. Johan Cruijff sosteneva che fino a una certa età i ragazzi dovessero soprattutto imparare a controllare il pallone e a prendere decisioni in autonomia, mentre José Mourinho ha spesso ricordato come il calcio giovanile debba formare giocatori e non squadre vincenti. Una filosofia condivisa anche da molti responsabili dei vivai professionistici italiani, convinti che il risultato del fine settimana non possa essere il principale parametro di valutazione del lavoro svolto.
D'altra parte esiste anche una corrente di pensiero differente. Molti tecnici ritengono infatti che tecnica e tattica non siano elementi contrapposti, ma aspetti complementari della formazione. La capacità di leggere il gioco, occupare gli spazi e collaborare con i compagni rappresenta oggi una componente indispensabile del calcio moderno. Il rischio, semmai, è anticipare troppo questi concetti nelle categorie di base, sacrificando il tempo necessario per sviluppare estro, personalità e qualità individuali.
La questione resta aperta. I numeri degli ultimi anni, con la difficoltà del calcio italiano nel produrre un numero elevato di talenti offensivi rispetto ad altri Paesi europei, alimentano interrogativi e riflessioni. Da una parte c'è chi invoca un ritorno alla strada, al gioco libero e alla tecnica; dall'altra chi sottolinea la necessità di preparare i giovani alle esigenze del calcio contemporaneo.
Forse la risposta sta nel trovare un equilibrio. Perché la tattica può insegnarsi nel tempo, mentre la sensibilità tecnica, la fantasia e il coraggio di provare una giocata sono qualità che si costruiscono soprattutto durante gli anni della formazione. Ed è proprio lì, nei campi dei settori giovanili, che si gioca la partita più importante per il futuro del calcio italiano.
Scritto da La Redazione il 18/06/2026




