SCIMMIOTTARE il professionismo: il rischio che corrono i dilettanti

Significato di “scimmiottare”: imitare qualcuno in modo goffo, ridicolo, maldestro o caricaturale.
Il calcio dilettantistico, purtroppo, con l’avvento dei social sta sempre più cercando di “scimmiottare” quello professionistico, imitandone i comportamenti e trascendendo quella che è sempre stata la sua forza: passione, voglia, grinta e identità locale.
Da che mondo è mondo, chiunque inizi a giocare a calcio coltiva dentro di sé il sogno di calcare palcoscenici importanti, ed è un desiderio sacrosanto. Cammin facendo, però, giocando sui rettangoli verdi, comprende il proprio reale valore confrontandosi con chi ha più talento, doti fisiche e caratteriali, e intuisce quale sarà il suo ruolo e la sua categoria nel gioco più bello del mondo.
Certamente ci sono casi, in verità più unici che rari, di giocatori dilettanti approdati tra i professionisti e capaci di costruirsi un’ottima carriera. Ma, come afferma la statistica italiana, la percentuale di tutti i giocatori tesserati che riescono a diventare professionisti è dello 0,02%, ovvero 1 su 5.000. In pratica è più facile fare un terno al lotto che diventare calciatore professionista.
Da qui torniamo alla parola “scimmiottare”. Le realtà dilettantistiche di Terza, Seconda, Prima Categoria e Promozione – non l’Eccellenza, che ormai è diventata quasi semiprofessionistica – da qualche anno, con l’avvento dei social, stanno scopiazzando ciò che nel calcio professionistico rappresenta linfa vitale: pubblicità, visibilità e gli enormi guadagni derivanti da sponsor, brand e marketing.
Nei dilettanti, però, tutto questo non comporta praticamente alcun beneficio. Anzi, rischia di essere dannoso, perché contribuisce a “pompare” l’immagine dei giocatori, autorizzandoli a chiedere rimborsi sempre più elevati per realtà dove, spesso, sugli spalti siedono al massimo un centinaio di persone.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi, per disputare campionati di Terza, Seconda, Prima Categoria o Promozione, molte società devono disporre di budget degni di piccole o medie aziende, con la conseguenza che ogni anno diverse realtà sono costrette a chiudere i battenti.
Nel calcio dilettantistico sarebbe opportuno che tutte le società – e sottolineiamo tutte – riflettessero su questa deriva. Per giocare a calcio, ed è giusto ribadirlo, è corretto ricevere un rimborso: la benzina, il tempo dedicato ad allenamenti e partite e il rischio di infortunarsi meritano un riconoscimento economico. Sarebbe però più sostenibile prevedere quote fisse, magari legate al numero di allenamenti settimanali, e ripristinare il vecchio e sempre valido premio partita, che nei dilettanti ha sempre rappresentato uno stimolo capace di alimentare motivazioni, adrenalina e spirito di gruppo.
Nei dilettanti passione, identità e voglia devono essere le vere armi dei giocatori, che non dovrebbero interpretare il calcio come un secondo lavoro. Oggi, invece, molte società stanno “pompando” i propri calciatori come se fossero piccoli Ronaldo e, di conseguenza, molti – giustamente, se qualcuno è disposto a riconoscerli – chiedono rimborsi sempre più elevati.
Per evitare che il calcio dilettantistico continui a perdere società e tradizione, bisognerà smettere di “scimmiottare” o “scopiazzare” il professionismo e tornare al valore di due parole che, nello sport come nella vita, restano sempre attuali: realtà e identità.
Se si comprenderà davvero questo principio, tutto il movimento ne potrà beneficiare. E allora, perché no, qualcuno di quello 0,02% – 1 su 5.000 – potrà davvero diventare professionista e coronare il proprio sogno.
(Massimo Campetella)
Scritto da Massimo Campetella il 30/06/2026




