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Campionati e Risultati: NAZIONALI REGIONALI PROVINCIALI GIOVANILI     DIRETTA
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No, caro Paolo: il calcio di provincia non è quello dei 1.000 euro...

Le idee dell'ex dt azzurro sulla rifondazione del movimento sono condivisibili, ma nei dilettanti il problema è ancora più profondo: senza investimenti e sostegni, il calcio giovanile rischia di impoverirsi sempre di più

Il futuro del calcio italiano passa dai giovani. Ne è convinto Paolo Maldini, ex dt della Nazionale italiana, che in una lunga intervista al Corriere della Sera ha tracciato la sua idea di riforma del movimento, soffermandosi sul ruolo decisivo della formazione dei ragazzi e degli allenatori che li accompagnano nei primi anni di crescita.
Tra le affermazioni che hanno fatto più discutere c'è quella relativa agli istruttori del settore giovanile: "Oggi un allenatore che segue i ragazzini tra i 10 e i 14 anni prende mille euro al mese, deve avere un secondo lavoro. Bisogna aiutarli, perché quella è l'età decisiva".

Un concetto condivisibile nella sostanza, ma che appare distante dalla realtà vissuta dalla maggior parte delle società dilettantistiche italiane. Se in alcuni club professionistici – come Inter, Milan o Juventus – gli istruttori possono contare su compensi più elevati e strutture organizzate, nei campi della provincia la situazione è ben diversa.

In tantissime società dilettantistiche un allenatore del settore giovanile percepisce spesso 250 o 300 euro al mese, o giù di lì. Molti tecnici dedicano tempo e passione dopo il proprio lavoro, mentre i dirigenti operano esclusivamente come volontari. Le società devono fare i conti con bilanci sempre più difficili, impianti spesso inadeguati e contributi pubblici insufficienti. In alcuni casi gli allenatori sono persino chiamati a procurare sponsor per alleggerire il peso economico della stagione.
Anche le famiglie si trovano a sostenere costi crescenti e, troppo spesso, la scuola calcio viene vissuta più come un "parcheggio" post scolastico che come un vero progetto educativo e sportivo. È proprio da qui che dovrebbe ripartire una riflessione profonda.

Lo stesso Maldini ha sottolineato la necessità di una riforma complessiva del sistema: "La rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una nuova mentalità è un percorso lungo. Imponeva di creare un nuovo movimento in cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: Serie A, Serie B, Serie C, dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori e degli arbitri".

L'ex capitano del Milan indica anche la strada tecnica da seguire: "La nostra idea era legata alla tecnica, al gioco offensivo, a un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull'esasperazione tattica ma sulla tecnica, sull'uno contro uno e sulla mentalità offensiva".

Parole che trovano consenso tra molti addetti ai lavori. Perché il calcio italiano ha bisogno di investire maggiormente sui giovani, ma prima ancora deve sostenere chi ogni pomeriggio, nei piccoli centri e nelle periferie, educa migliaia di bambini e ragazzi.
La vera sfida non riguarda soltanto il campo. Serve una maggiore attenzione da parte delle istituzioni, dello Stato, dei Comuni e della Federazione verso il calcio di base. Perché è proprio lì, nei campi di provincia, che nasce il futuro del movimento. E senza un sostegno concreto a quelle società e ai loro allenatori, qualsiasi progetto di rifondazione rischia di restare soltanto un'idea. (G.G.) 

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  Scritto da La Redazione il 10/08/2026
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