INTERVISTA. Diego D'Artagnan: "Pronto per un nuovo progetto"
Con il mister fresco del patentino di allenatore professionista parliamo di tutto: da come sta evolvendo il calcio al VAR fino al suo impegno nel sociale

I campionati marchigiani sono iniziati da circa due mesi, sia per quanto riguarda le prime squadre che i settori giovanili. Per l'occasione abbiamo voluto sentire mister Diego D'Artagnan (clicca e vedi il suo sito) - nella foto con Antonio Cassano -, fresco di patentino di allenatore professionista e pronto per una nuova sfida.
Mister, quanto tempo... Cosa stai facendo in questo momento?
"Ho passato un periodo delicato per via di un operazione effettuata in Aprile al tendine di Achille, che mi ha portato via diverso tempo per la riabilitazione e le terapie post operazione. Ho voluto fare l'intervento al termine del campionato scorso pensando di risolvere il tutto per l'inizio di questa ma non è stato così. Prima non potevo farlo anche per il fatto che ero impegnato a Coverciano per il Corso di allenatore professionista. Finalmente è tutto risolto e sono pertanto abile e arruolato per tornare in campo. La salute prima di tutto!".
Raccontaci dell'esperienza che hai vissuto in occasione del corso a Coverciano.
"Beh, sicuramente è stata un esperienza importante e formativa sotto tutti i punti di vista, che mi ha dato modo di confrontarmi e di crescere attraverso i continui scambi di opinioni avuti non solo con i docenti ma anche tra i compagni di corso Uefa A e tra chi frequentava il corso Master. Mi ha dato modo anche di conoscere e aprire dei rapporti con molti addetti ai lavori, tra cui ex campioni ma non solo. Ricordo in particolare i consigli di Gianni Rivera, ma anche quelli di Leonardo, Pirlo, Camoranesi, Cerezo o Thiago Motta con i suoi principi tattici inerenti il 2-7-2. Tra i docenti, non me ne vogliano tutti gli altri, una menzione particolare la meritano Renzo Ulivieri e il professor Accame. Ulivieri è davvero un Maestro nel trasmettere le nozioni principali per poter intraprendere questo mestiere con professionalità, competenza, passione e semplicità. Si entra a Coverciano con delle proprie idee, alcune certezze, molti dubbi. Si esce con una visione e una proiezione verso il professionismo. Ti fanno comprendere, attraverso la metodologia insegnata, che certe sovrastrutture, idee e concetti, spesso non servono per l'economia del lavoro che vai a intraprendere nei professionisti o anche nei dilettanti e ancor di più nei settori giovanili. E poi il prof.Accame, docente di una delle più importanti materie del corso, Comunicazione, è un guru in tal senso. Una corretta comunicazione, che sia con i giocatori, dirigenti, stampa, genitori o tifoseria, può determinare il cammino di un allenatore, nel bene o nel male. Per chi decide di intraprendere questa professione, in maniera seria e professionale è indispensabile curarla e migliorarla. L'aver conseguito il patentino da professionista è sicuramente un obiettivo che mi ero prefisso e di cui ne vado fiero, ma sono anche consapevole che per allenare, sopratutto a certi livelli, non basta aver conseguito la patente ma serve chi ti fornisca "la macchina". Serve avere o creare col tempo, una giusta ragnatela di contatti, aspettare la chance e saperla poi sfruttare, serve avere pazienza".
Come occupi il tuo tempo adesso che di fatto non alleni?
"Come tutti gli allenatori inoccupati, penso. Quindi vado in giro per l'Italia o per i campi della nostra regione a vedere gli allenamenti e le partite. Con l'occasione di curare le pubbliche relazioni. Seleziono ogni settimana una società e categoria da seguire, dal martedì fino al giorno della partita. Tutti i giorni. Perché sono convinto che con la visione di un solo allenamento o partita vedi poco. Ad esempio, nelle scorse settimane ho seguito la Sangiustese di Senigalliesi e la settimana scorsa la Recanatese di Giampaolo. Ma anche il Potenza Picena di Santoni. Credo fermamente che bisogna imparare molto dalle eccellenze locali. Noi abbiamo la fortuna di avere in regione diversi allenatori preparati da cui imparare e con cui confrontarsi, che lavorano nelle prime squadre o nei settori giovanili. Nei prossimi giorni andrò a vedere gli allenamenti delle prime squadre e dei settori giovanili delle società professionistiche locali. Poi frequento corsi di aggiornamento tecnici, perché non si finisce mai di sapere. Sto prendendo lezioni di inglese per migliorare la mia conoscenza della lingua. Bisogna essere pronti e preparati anche per lavorare all'estero. Come dice Renzo Ulivieri, "il nostro posto di lavoro è il mondo".
Sono inoltre impegnato nel sociale, a livello nazionale, col progetto del calcio disabili in carrozzina elettrica (Powerchair Football), sport che ho portato io in Italia nel 2011 e che nel 2017 ho fatto riconoscere dal CIP (Comitato Italiano Paralimpico). Un progetto che mi sta molto a cuore. Sto anche lavorando al progetto di una mia metodologia di lavoro, di cui ora non posso dirti di più... Quando invece sono a casa, guardo partite su partite, dal campionato Primavera ai campionati italiani e stranieri. Adesso ci sono anche i Mondiali U.17 da seguire. Ma ripeto, non faccio nulla di diverso da chi si trova nelle mie stesse condizioni, credo. Ma la voglia di tornare ad allenare è tanta, mi manca il campo, il vivere i momenti del pre-partita, il preparare il lavoro quotidiano, il rapporto con i giocatori. In 17 anni di attività non mi era mai successo di non partire dall'inizio del campionato, ma per la motivazione sopra citata l'ho dovuto fare".
Se dovessi scegliere tra settore giovanile o prima squadra?
"A volte le proprie ambizioni o aspettative non collimano con quelle che puoi eventualmente ricevere dal mercato. Io sono aperto a tutte le situazioni che mi dovessero arrivare. Che si tratti di Promozione, Eccellenza,Serie D o un di buon campionato giovanile. Se non dovessi però ricevere un offerta stimolante e "seria", preferisco aspettare. Non voglio allenare tanto per farlo. Non l'ho mai fatto. Mi sento pronto ad affrontare un esperienza in prima squadra, anche se poi il verdetto lo emette il campo. Allenare una prima squadra, a livello di obiettivi, è completamente diverso dal farlo in un settore giovanile, se non altro perché nella prima situazione ciò che conta è il risultato e poi la prestazione. Esattamente il contrario, a mio modo di vedere, è nella seconda situazione, dove al primo posto c'è la formazione del ragazzo sia come uomo che come giocatore. Mi piacerebbe, ad esempio, poter lavorare in un settore giovanile professionistico o semiprofessionistico allenando un U.15-16 o 17 oppure una Berretti o U.19 Nazionale. Trovo che siano campionati altamente formativi, anticamera delle prime squadre. Oppure lavorare in uno staff tecnico di una prima squadra militante in Serie D o C. Come primo allenatore, invece, non ne faccio una questione di categoria, ma di progetto. Per una prima squadra, vorrei poter trovare una società che creda in me, che mi faccia lavorare con i giovani e che non abbia preconcetti sul fatto che possa essere un debuttante. Se non si inizia mai, mai si comincia. Guardo eventualmente anche a un incarico che ho già ricoperto per 4 stagione nell' Empoli FC,ed è quello di osservatore/area scouting. Bisognerebbe investire di più su questa figura, anche tra i dilettanti. E' fondamentale arrivare prima degli altri su un potenziale talento. E poi...".
Dimmi pure mister...
"Sono affascinato anche dal calcio femminile. E non da adesso che tutti ne parlano, ma da anni".
Come vedi il calcio evolversi in questi ultimi anni?
"Il calcio come la vita evolve continuamente. Il giocatore moderno è "polifunzionale". E' quello che sa ricoprire più ruoli all'interno della stessa partita e della stessa azione. Per fare questo dev'essere dotato di intelligenza tattica per leggere di volta in volta le diverse situazioni adattandosi velocemente. Ma è anche quello in grado di svolgere diverse funzioni a seconda del contesto. Sin dai settori giovanili bisognerebbe lavorare su questo e non sul...risultato. Ti faccio alcuni esempi; nel primo caso un giocatore come Florenzi che sa ricoprire tutti i ruoli sulla fascia, ma che sà giocare anche mezzala.
Nel secondo caso, invece, sto parlando di un centrocampista in grado di venirsi a prendere palla dalla difesa, un momento, e quello dopo di muoversi tra le linee o addirittura inserirsi in area. Un maestro nel fare questo era Marchisio. Nel calcio convivono da sempre idee contrastanti, ma in questo momento la tendenza alla polivalenza è più forte di quella opposta alla specializzazione del ruolo fine a se stesso. E' anche una questione culturale, quella dell'universalità. Oltre che dalle capacità individuali, dipende dal sistema di selezione e formazione di ciascun Paese. Dopotutto i giocatori "polifunzionali" esistono da sempre, basta ricordare il "calcio totale" di Cruijff in cui i giocatori cambiavano posizioni continuamente. Ma anche in Italia, quando Franco Baresi si trasformava da difensore a centrocampista con palla al piede. Solo che adesso è aumentata la richiesta del mercato. Guardiamo anche com'è cambiato nel tempo il ruolo del portiere moderno. Una volta doveva saper parare. Oggi, parare non basta più. Deve anche saper giocare con i piedi. Venire fuori dai pali e all'occorrenza trasformarsi in libero, impostare il gioco. Oppure, una volta ti insegnavano a giocare palla sul giocatore smarcato. Oggi non è più così. Si deve giocare anche sul giocatore marcato,ad esempio sulla punta, che poi va a lavorare, egli stesso, quel pallone sotto pressione avversaria per trovare lui la conclusione a rete o effettuare uno scambio rapido col compagno per il tiro in porta di quest'ultimo".
Mentre il ruolo dell'allenatore?
"E' cambiato tantissimo. Fino agli inizi anni 90, lo staff tecnico era composto a dir tanto da 3 persone: Allenatore, Vice, Prof. Oggi un allenatore professionista ha con se uno staff personale formato da almeno 10 professionisti. Tra lui, il vice, uno o due collaboratori tecnici, uno o due match analysis, preparatori atletici, addetti al recupero infortunati, ecc. Ma sono cambiate anche le conoscenze tecnico/tattiche. Anche se io, personalmente, sono un nostalgico del calcio "pane & salame" di una volta. I miei idoli sono tre: Mazzone, Ulivieri, Castori".
Favorevole o contrario al VAR?
"Anche questo rappresenta un cambio epocale. Se utilizzato bene è un mezzo utile, quindi ti dico favorevole. Non dev'essere utilizzato però su richiesta, questo intendo. Se si pensa che col VAR cessino le polemiche, beh, lo stiamo vedendo che così non è. E' un aiuto all'arbitro e suoi assistenti, ma di pari passo si dovrebbe cambiare la mentalità verso la figura del direttore di gara. Ma altresì dico che anche loro dovrebbero essere meno supponenti. Soprattutto nei settori giovanili, dove lì sono per imparare, fare esperienza, come i giocatori. E non dovrebbero atteggiarsi ad arbitri di Serie A o di finale Champions League. Solo così, credo, si possa mutare la mentalità".
Ti abbiamo visto recentemente su Sportitalia in veste di ospite...
"Sì, è stata un esperienza bellissima di cui devo ringraziare chi mi ha dato questa possibilità, oltre al direttore Criscitiello. Peccato che durante la convalescenza ho dovuto declinare altri inviti, ma ora che ho recuperato, seppur la mia Milano dista 4 ore da casa, sono ben felice di ritornarci nel caso in cui mi dovessero richiamare. Quello di opinionista e di commentatore tecnico è un ruolo che vorrei coltivare. In TV nazionali ma anche locali, perché no?".
Scritto da La Redazione il 30/10/2019




